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La Foto del Giorno

STILL LIGHT
mostra fotografica di Sergio Vollono

"La Fotografia è un segreto intorno a un segreto"


Per parlare di “Still Light” bisogna partire dal titolo; o meglio dal gioco linguistico sottinteso da questa bella occasione per vedere dal vivo le opere di Sergio Vollono, fotografo romano, padovano d'adozione.
Perché Still Light è un bel connubio – assolutamente inedito, Vollono è il primo a sperimentarlo – tra lo still life e il light painting. Parliamo di tecnica, elemento imprescindibile nella fotografia. In pittura con still life si intende fondamentalmente la natura morta. Il termine è stato ripreso nella fotografia per descrivere la tecnica di ritrarre gli oggetti, usando una luce diffusa che non crei ombre o riflessi.
Il light painting è invece una tecnica di illuminazione che direziona un fascio di luce solo sui punti di interesse; si realizza scattando con tempi mediamente lunghi e utilizzando i fasci luminosi come se fossero un pennello.
Cosa ci propone Vollono con questa originale mostra fotografica? Innanzitutto l'elemento narrativo: una lettura pop della quotidianità, un way of life che però viene cristallizzato, amplificato, universalizzato, come si trattasse di uno still life. E fotografato usando la tecnica del light painting. Partendo quindi dal buio e direzionando la luce in modo che dal buio emergano i colori. Che è anche una bella metafora: perché il fotografo mette in luce gli aspetti nascosti, scomodi, sconvenienti.
Questo suo sguardo, che fa emergere le cose dagli abissi del nero, dalla profondità, riporta in superficie un'immagine colorata, pop, di grande leggerezza.
Vollono sceglie l'ironia, l'ammicco, il disincanto. 
La sua è una fotografia che parla all'uomo del nostro tempo. Un uomo scafato, che non si fa illusioni eppure sa sempre rintracciare il colore, anche nel buio.
Vollono fa un'operazione geniale, mai tentata fino ad ora: prende una tecnica fotografica nobile e alquanto difficile e la attualizza, la rende contemporanea; utilizza la tecnica del light painting per descriverci contesti di intrigante quotidianità.
Sarà facile, guardando le sue fotografie, individuare quei frammenti di vita che di solito ci lasciamo scivolare via, tra le dita. Vollono illumina con maestria e sagacia quella quotidianità – a volte scialba, a volte intrisa di luoghi comuni - che, grazie al suo sguardo ammiccante, prende inaspettatamente vita e colore, diventa ironia, divertissement. Appare talvolta anche un erotismo sottinteso e che rende decisamente divertente e piacevole anche l'ordinario.
Prendiamo come esempio un dittico particolarmente efficace: “Lola la dolce” è un ananas in una fruttiera. L'ananas si chiama proprio così, Vollono ritrae semplicemente l'adesivo sul frutto. Eppure “Lola la dolce” (che ci ricorda inevitabilmente il film di Billy Wilder, Irma la dolce) è un vertiginoso rimando a un'assenza: chi vive in quella cucina? Chi mangerà quel dolce frutto?
Subito pensiamo a una donna e cominciamo a fantasticare su di una presenza che non c'è. Che non si vede. E' assente. Perché tutto intorno è il nero. Ma il light painting mi ha portato in superficie un'emozione. Un voyeuristico brivido erotico.
Lo stesso brivido che Vollono ripropone quando mette una bicicletta, una Graziella fucsia in una cameretta. Balthasar K?ossowski, in arte Balthus, si complimenterebbe con il fotografo per l'arguzia. Anche qui l'atmosfera è sospesa, resa massimamente intrigante dall'assenza. Chi è la giovane che usa la bicicletta? Cosa scopriamo di lei guardando gli oggetti che ha lasciato incustoditi nella stanza, affinché noi li potessimo sbirciare?
Sono fotografie che ci spingono a fantasticare, a curiosare, a immaginare oltre all'immagine.
La presenza femminile è un fil rouge che serpeggia tra le foto.
Veniamo a un altro grande dittico in cui invece compare la figura. Sono due fotografie molto pittoriche. Una ricorda una trasposizione pop - alla Andy Warhol, per intenderci - della celebre “Attesa” di Felice Casorati: ci sono due donne sedute sul divano. Una ha il volto adirato, teso, sta aspettando qualcuno mentre la tv – che c'è ma non si vede, altra costante narrativa di Vollono – riempie vuoti e silenzi.
Al suo fianco una giovane donna, forse la figlia, che, stanca di aspettare, si addormenta; o forse vuol solo chiudere occhi e orecchie, non essere presente, non avere a che fare col livore materno. O forse è una resa dei conti tra le due, una discussione ancora accesa che ha turbato la madre e mortificato, stancato - e annoiato - la figlia.
La scena è un gioiello, possiamo perderci ore a interpretarla, a ricostruirla. E' una foto letteraria, da “nouveau roman” che ci costringe a trasformaci in voyeur, esattamente come ci costringe Alain Robbe-Grillet nel suo “Casa d'appuntamenti”. Il gioco è lo stesso.
L'altra foto del secondo dittico continua a perseguire lo stile fenomenologico, la teoria della superficie pura: una signora anziana è dal parrucchiere con un casco in testa. Spicca il fucsia, lo stesso colore della bicicletta Graziella. Un fucsia giovanile che stona con l'età della signora e ci lascia in bocca un retrogusto amaro.
Prima il fucsia ci aveva trasportati in una dimensione erotica. Cosa ce ne facciamo ora di questo erotismo? La vita è un attimo. Per chi si fa bella questa signora non è la domanda che ci viene spontanea. Piuttosto troviamo consolatoria, lenitiva questa dimensione della vecchiaia che ancora non cede le armi e va, nonostante se stessa, a farsi bella.
Riflessioni importanti, condotte con una leggerezza che inchioda.
Vollono inchioda anche quando propone i cliché più classici: moto e donne da calendario, donne sexy al bar... sono sempre immagini che narrano di atmosfere del profondo.
Questa Still Light è, alla fine, una mostra di fotografia “umanista”, cioè caratterizzata da un'attenzione esclusiva nei confronti dell'uomo e della sua vita quotidiana, ritratta con uno stile a cavallo tra documentazione e speciale magia – prodotta dalla tecnica del light painting - e prodiga di atmosfere sospese, surreali perché iperreali.
Sappiamo bene come la fotografia non spieghi, semmai mistifichi. Oppure amplifichi il nostro disordine emotivo. Soprattutto quando attacca l'uniformità della presunta realtà oggettiva, moltiplicandone invece i punti di vista.
Guardando le foto di Vollono si capisce che questi istanti da lui afferrati al volo sarebbero passati senza lasciare traccia.
E dove c'era un vuoto di senso ora c'è quello che ognuno di noi sa dirsi di quel vuoto.
Svelandone i segreti.
Che sono quelli della foto, ma sono - anche e soprattutto - i nostri.

                                            Barbara Codogno