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La Foto del Giorno

I Pazzi di Materdei

con Grazia Brogi e Mario Conti, romana e napoletano, fotografi che condividono con me tratti di strada lungo il cammino di ricerca sul tempo sospeso.

"La pazzia mi visita almeno due volte al giorno". (Alda Merini)


Napoli.

Il viandante che imbocchi via Matteo Renato Imbriani, anticamente chiamata La Salute, una delle porte d’accesso al rione Materdei, è sovrastato da un’immane muraglia che domina da destra la sua salita. Non sono molti i napoletani che sappiano cosa celi quella muraglia.

La storia. Si tratta della cittadella che fu a lungo il monastero cappuccino cinquecentesco di Sant’Eframo Nuovo; oggi occupata, col consenso del Comune, bonificata e in parte riutilizzata, da un centro sociale che porta avanti iniziative politiche e attività a beneficio di un quartiere “a rischio”: Je So’ Pazzo. La denominazione allude, ribaltandola, alla destinazione che fino al 2008 era stata data a quel luogo; un mondo inquietante, socialmente scomodo, imbarazzante: un “ospedale psichiatrico giudiziario”, altrimenti detto manicomio criminale.
Alla sua dismissione seguì un abbandono di anni, costellato da raid vandalici e prevedibili saccheggi. Per tre giorni, in due riprese, ci siamo aggirati per quei corridoi e stanze abbandonati, alla ricerca di quanto resta di quel tempo, di quel dolore, di quello stranimento.

Le tracce. Un nudo parlatorio con un di-qua e un di-là; un cumulo di bottoni staccati (cautelativamente sottratti?) in lavanderia; miseri effetti personali; Il ritaglio stropicciato di una foto di donnina nuda; i piedi ancorati a terra dei letti di contenzione; un’infermeria (malattia nella malattia); spioncini nelle porte dei bagni; tante sbarre.
E poi, nelle celle, le scritte sui muri. Gli appelli, gli sberleffi, i deliri, le pillole di quieta o allucinata filosofia. Sgrammaticate o colte. Tanti, ma affastellati, messaggi in bottiglie che non solcheranno il mare.

L’eredità. Un giocoliere si esercita a far vorticare clave colorate sullo sfondo di coloratissimi graffiti; bambini tirano calci ad un pallone, guardati a vista da una garitta ormai sguarnita, in un campetto dell’”ora d’aria”; i “pazzi” affreschi dei giovani del collettivo, caleidoscopio contro le monocromatiche pareti crivellate di finestre sbarrate; ed enorme, ad inglobare i particolari di due intere facciate esterne - sorta di sipario teatrale illustrato - il graffito del misterioso e già leggendario writer Blu.